La festa dell’alloro a Naso: un antico rito che non deve scomparire

Anche quest’anno, come ogni anno, si è rinnovato il rito della festa dell’alloro seppur in graduale diminuzione d’affluenza. Per le sue particolari caratteristiche (ritroviamo questa festività in alcune parti orientali della Sicilia e in particolare sui Nebrodi) è un patrimonio, un’identità che non va perduta.

 Sabato 2 aprile precedente la Domenica in Albis la comunità di Naso si è recata nella chiesa di Maria Santissima delle Grazie a prelevare il quadro della Madonna delle Grazie e condurlo in processione fino in Chiesa Madre dove resterà fino alla III Domenica di Pasqua. Il quadro della Madonna con il Bambino, di cui discussa è l’origine, pare sia giunto in dono a dorso di mulo a Naso nel primo ventennio del 1600, ed è stato restaurato qualche anno fa assieme alla particolare vara. Caratteristica della processione è vedere fedeli e devoti portare lunghi rami di alloro adornati con piccole ciambelle di pane, dette  i “cuddureddi”.
Questa festività pare affondi le sue radici in rituali pagani che sono stati inglobati nel culto cristiano: l’albero di alloro infatti testimonia la rinascita, la prosperità. L’uso rituale di rami e fronde di questa pianta si trova nelle feste pasquali insieme alla palma e all’ulivo; più spesso da sola nelle feste mariane e soprattutto in quelle patronali, in quest’ultimo caso specialmente nel territorio dei Nebrodi: a Naso per la festa della Madonna delle Grazie, a Tortorici per San Sebastiano, a San Marco d’Alunzio per San Basilio, a Ficarra per Maria SS. Annunziata, oltre che nelle varie festività a Capizzi, Troina, Regalbuto, Cerami, Gagliano Castelferrato.
Ignazio Buttitta in una pubblicazione sulle “Feste dell’alloro in Sicilia” scrive in merito alla festa di Naso: “sabato successivo la Domenica di Pasqua, si celebra ancora, seppure con minore partecipazione di fedeli, l’antica processione dell’alloro, ricordata dai vecchi come“memorabile”, richiamo di genti da tutte le campagne circostanti e dai paesi limitrofi.  Un cenno al rito rinveniamo in Pitrè : «In Naso la mattina del 1° sabato dopo Pasqua, molte persone, precedute da un suonatore di tamburo, vanno a tagliare grossi rami d’alloro nelle vicinanze d’un lontano torrente, il quale perciò viene detto: ’u vadduni ’u ’dàuru. A quei rami attaccano fettucce, pagnotte, melarance, altri ninnoli, e con essi alle mani, nelle ore p. m., accompagnano la Madonna delle Grazie, che lascia la sua chiesa per andare a passare 9 giorni nella Cattedrale. È una processione che fa piacere a vedersi, ma quando finisce, succede sempre un gran baccano, perché tutti vogliono un ramoscello di quell’alloro per portarselo a casa» (1889: 255). Giuseppe Pitrè e Carlo Incudine, storico locale di fine Ottocento, danno testimonianza della festa così come si conserva ancora nel malinconico ricordo degli anziani. Molto del calore del rito si è perduto; la partecipazione popolare è progressivamente venuta meno, e la gente che si recava in pellegrinaggio presso l’antica chiesa della Madonna, non è più numerosa come una volta. Ci troviamo di fronte ad una tradizione in “estinzione”. Coloro che partecipano al rito, tuttavia, manifestano una volontà molto viva di restare a esso fedeli e di poter ridare vita a quella che un tempo era una grande festa. La mattina del sabato alcuni appartenenti al Comitato organizzatore, costituitosi nei giorni precedenti allo scopo di reperire i fondi necessari allo svolgimento della festa, si incaricano di andare a raccogliere l’alloro presso alcune località site nelle immediate vicinanze del paese. Qui vegetano rigogliosi alcuni grandi alberi di alloro, vecchi di decenni. Secondo quanto riferito da tutti gli interpellati, non si serba memoria di un unico e specifico luogo di raccolta, né l’uso di recarvisi in pellegrinaggio con l’accompagnamento dei tamburi; usi che, testimoniati da Pitrè, e probabilmente una volta più largamente diffusi, ritroviamo ancor oggi in altri luoghi (Troina, Gagliano). L’alloro, raccolto in abbondanza e suddiviso in rami più o meno grandi, viene portato all’interno di una piccola e vecchia chiesa, San Pietro, che si affaccia sul corso del paese. Lì i rami vengono addobbati con nastri, qualche fiocco e le tradizionali ciambelle di pane, dette con voce locale cuddureddi. Sia l’addobbo che la grandezza dei rami sono variati negli ultimi decenni. La memoria degli anziani attesta che, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale, era costume adornare riccamente rami di ben più notevoli dimensioni, “arvuli sani” (interi alberi). Svettavano al cielo verdi chiome adorne di nastri rossi e di altri colori, arance, fazzoletti, oltre naturalmente ai pani. Gli “alberi” risultavano talmente pesanti che, per il trasporto processionale, era necessario aiutarsi con una larga e robusta fascia di stoffa o di cuoio che, girata dietro la nuca, offriva al ramo un supporto all’altezza del ventre. Il trasporto di questi rami era una gara. Chi fosse riuscito a portare a termine l’intero lungo percorso, tra viuzze strette e continui saliscendi, con u ddauru (questo il nome dato al ramo), con l’addobbo e le fronde in migliori condizioni, riceveva un premio costituito da beni alimentari e, in anni più recenti, anche da denaro. Oggi questa tradizione è completamente scomparsa.”

Lisa Francesca Bonasera